Aule pollaio, Gelmini bocciata

Aule pollaio, Gelmini bocciata
di V.P.

sabato 11 giugno 2011

(red.) Suonata, oramai quasi dappertutto, la campanella di fine anno
scolastico, è ora tempo di fare i conti con promozioni e bocciature e
anche il ministero della Pubblica Istruzione, guidato dalla bresciana
Maria Stella Gelmini non può sottrarsi.

Soprattutto dopo la recente sentenza del Consiglio di Stato (datata 9
giugno) nella quale, così come aveva già fatto il Tar del Lazio in
gennaio, viene accolta una class action proposta dal Codacons contro
le cosiddette “classi pollaio”, ovvero quelle aule scolastiche nelle
quali il numero di alunni supera i limiti fissati dalla legge.

La sicurezza e la vivibilità dei luoghi frequentati dagli studenti
italiani sono inderogabili secondo i giudici che, nel dispositivo
pubblicato venerdì, hanno dato ragione all’Associazione dei
consumatori la quale, un anno fa, aveva avviato un'azione collettiva
con diffida ai ministeri della Pubblica Istruzione, università e
ricerca; dell'Interno; dell'Economia e finanze; della Pubblica
amministrazione e innovazione e agli Uffici scolastici regionali.
Al ministro Gelmini ora spetta il compito di redigere un piano che
metta in sicurezza le aule scolastiche evitando che vengano accorpati
35-40 alunni in ogni locale, e, nel caso in cui il ministero
risultasse inottemperante a quanto disposto dal Consiglio di Stato, il
Codacons ha già annunciato che chiederà la nomina di un commissario ad
acta che si sostituisca al ministro ed adempia a quanto disposto dal
Tar.

Il Codacons aveva richiesto ai ministeri competenti di formare le
classi in base alla reale grandezza dell’aula rispettando il numero
massimo di 25 alunni per classe e l’indice minimo di spazio procapite
di 1,80 mq netti (1,96 per le superiori) e di 20 in caso di presenza
di alunno disabile. L’aula, per l’associazione consumatori, può
contenere 25 alunni (o 20 se con disabile) se la sua dimensione è di
almeno 45 mq netti (50 per le superiori). Per dimensioni inferiori
deve invece essere ridotto proporzionalmente il numero di alunni.

Il Dpr 81 del 2009, innalzando il rapporto medio tra i numeri degli
alunni e delle classi, prevede un massimo di 26 alunni nelle scuole
primarie e dell'infanzia, arrivando fino a 30 nelle secondarie. Solo
per l'anno 2009- 2010 restava la possibilità di attenersi ai limiti
indicati dal decreto ministeriale 331 del '98.

"Nessun dubbio potendo sorgere in merito alla natura generale e
obbligatoria del piano di riqualificazione", si legge nel testo del
dispositivo, "così come per quel che attiene alla concretezza ed
attualità della lesione derivante dalla sua mancata adozione, non può
il Collegio - quanto alla adozione dello stesso entro un termine
normativamente previsto - che concordare con il giudice di primo grado
laddove ha condivisibilmente sostenuto che la previsione del termine è
agevolmente desumibile dal riferimento, contenuto nell’art. 3, co. 2,
d.p.r. 20 marzo 2009 n. 81, al “solo” anno scolastico 2009-2010, così
lasciando intendere che per gli anni successivi debba già essere stato
adottato il piano di riqualificazione".

La sentenza del Consiglio di Stato ha dunque respinto il ricorso
presentato dai ministeri e da una quindicina di Uffici scolastici
regionali (compreso quello lombardo) contro il Codacons per una
riforma della sentenza emessa dal Tar del Lazio all'inizio del 2011.

http://www.quibrescia.it/index.php?/content/view/26424/218/
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Scuola, dispersioni in calo

 

Gli abbandoni tra il primo e il quinto anno di scuole superiori sono pari al 30 per centop. Dieci anni fa erano il 36 per cento. Il calcolo è di Tuttoscuola sulla base dei dati ministeriali

di STEFANO PAROLA 

PARTONO in 30, arrivano in 21. Se tutta la scuola superiore piemontese fosse raccolta in un’unica classe andrebbe a finire così. E i nove alunni che mancherebbero all’appello rientrerebbero nei cosiddetti “dispersi”: ragazzi che hanno lasciato gli studi per andare a lavorare, o per passare alla formazione professionale. Perché oggi il rapporto è quello: gli abbandoni durante il percorso quinquennale riguardano il 30,1% degli studenti. A calcolarlo ci ha pensato Tuttoscuola, rivista di culto per il mondo della scuola, che sfruttando i dati del ministero dell’Istruzione ha anche conteggiato il tasso di dispersione di dieci anni fa: era al 36%. Vuol dire che tra chi ha iniziato nel 1995 su una classe di 30 si sono persi per strada in 11.

Dunque, c’è stato un miglioramento piuttosto graduale. Anche se, rilevano gli analisti di Tuttoscuola, quello della dispersione scolastica rimane un «neo» per l’istruzione piemontese, in cui «ogni anno, in media, circa 12 mila ragazzi che cinque anni prima avevano cominciato il percorso scolastico non risultano più presenti a scuola e non arriveranno mai alla maturità, se non, in qualche caso, passando a istituti non statali». Più o meno, le dinamiche sono sempre le stesse: il primo anno di superiori si perde per strada un 12-14 per cento degli allievi, mentre la riduzione decelera in seconda (meno 3-4 per cento) e riparte in terza e in quarta (meno 10 per cento circa).
Il dato sulla dispersione piemontese è in linea con il resto del Paese (31,7%), ma è comunque elevato per una regione che è appena stata indicata come la più virtuosa dallo stesso Rapporto sulla qualità dell’istruzione stilato da Tuttoscuola. Il direttore dell’Ufficio scolastico regionale, Francesco De Sanctis, non ne fa un dramma: «Non credo lo si possa considerare un neo, soprattutto perché la nostra è la regione dell’integrazione: rispetto ad altre aree dobbiamo inserire nelle nostre scuole un numero di stranieri maggiore, soprattutto nelle superiori». E poi, aggiunge De Sanctis, «questi dati non tengono conto di quanti ragazzi passano dalle scuole statali agli enti di formazione professionale gestiti dalla Regione, che qui in Piemonte sono di alto profilo».

Comunque, secondo il numero uno dell’Usr, il dato degli insuccessi scolastici è destinato a diminuire ulteriormente: «La nostra — dice — è un’istruzione di qualità e forse anziché parlare di maggiore dispersione sarebbe meglio parlare di maggiore serietà. Il riordino della scuola secondaria di secondo grado, in ogni caso, ci darà una mano: serve a evitare troppe differenze tra i licei, gli istituti tecnici e i professionali».
 

 
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Italia, giovani in via di estinzione

LE CIFRE

Italia, giovani in via di estinzione
e in ritardo su lavoro e istruzione

Negli ultimi dieci anni persi oltre due milioni di cittadini fra i 15 ed i 34 anni. E sono poco istruiti. In Italia il record di “inattività volontaria”: l’11 per cento non studia né lavora, una anomalia nel panorama europeo, la cui media per questo fenomeno è del 3,4 per cento


ROMA – “I giovani sono in via di estinzione. Negli ultimi 10 anni, dal 2000 al 2010 abbiamo perso più di 2 milioni di cittadini di età compresa tra i 15 e i 34 anni”. Lo ha detto il direttore del Censis, Giuseppe Roma, entrando all’audizione presso la Commissione Lavoro pubblico e privato della Camera che sta esaminato il tema dell’accesso al mercato del lavoro. “Sono una merce rara”, ha aggiunto Roma, spiegando che i dati italiani sono i peggiori insieme a quelli tedeschi. In contrapposizione – ha aggiunto – nello stesso periodo sono invece aumentati di 1 milione 896 mila unità gli italiani over-65.

Non solo, i giovani italiani, secondo Roma, sono scarsamente istruiti. Tra i middle young (25-34 anni d’età), quando normalmente il ciclo educativo dovrebbe essere compiuto, il 29% ha concluso solo la scuola secondaria inferiore, contro il 16% di Francia e Regno Unito, e il 14 della Germania. E ancora, i laureati registrano i valori più bassi rispetto agli altri grandi Paesi europei: il 20,7% a fronte di una media europea del 33%, del 40,7 del Regno Unito e del 42,9 della Francia.

Inoltre, dati i tempi prolungati dei diversi cicli formativi, l’ingresso nella vita lavorativa per i giovani italiani è ritardato rispetto agli altri Paesi europei. Tra i più giovani (15-24 anni) il 60,4% risulta ancora in formazione, rispetto al 53,5 della media Ue, il 45,1 della Germania e il 39,1 del Regno Unito. Gli occupati sono il 20,5% rispetto al 34,1% della media europea, il 46,2%


della Germania e il 47,6% del Regno Unito.
 
Un’altra particolarità tutta italiana è l’alta percentuale di giovani che non studiano né lavorano. “La vera anomalia italiana è rappresentata dai giovani che non mostrano interesse nè nello studio, nè nel lavoro: in Italia sono l’11,2% rispetto al 3,4% della media europea”. Quello che l’istituto definisce il “record di inattività volontaria”.

Secondo i dati Censis, per i middle young, tra i 25 ed i 34 anni d’età c’è un’inversione tra chi studia (dal 60% si scende al 7) e chi lavora (dal 21% si sale al 65), e crescono le persone alla ricerca di un lavoro o esclusi da qualsiasi attività (dal 20% al 28%). E’ bassa la partecipazione al lavoro nell’età dell’apprendistato e del diploma.

Nei successivi dieci anni, la quota di chi non ha avuto accesso alla vita attiva, alla piena autonomia e responsabilità raggiunge il 35% tra i 25-34enni, e la percentuale sale al 45% tra le donne e al 53% nel Mezzogiorno. “E non bisogna neanche agitare lo spauracchio del lavoro precario – ammonisce una nota del Censis – i giovani occupati a tempo determinato in Italia sono il 40,1% nella classe di età 15-24 anni e l’11,5% tra i 25-39enni, meno che negli altri grandi Paesi europei. In Germania le percentuali salgono rispettivamente al 56% e 13,5, al 54,3 e 25,6 in Spagna, al 53,9 e 13,2 in Francia”.

Scarso, infine, l’impatto della laurea. Da noi “non paga” e “i nostri laureati lavorano meno di chi ha un diploma, meno dei laureati degli altri paesi europei, e con il passare del tempo questa situazione è pure peggiorata”, ammette Roma.

Di fronte a questo scenario, sono tre le proposte avanzate dal direttore del Censis per favorire la possibilità di impiego dei giovani. “Anticipare i tempi della formazione e metterla in fase con le opportunità di lavoro: la laurea breve dovrà sempre più costituire un obiettivo conclusivo nel ciclo di apprendimento”. Inoltre “non solo lavoro dipendente, ma soprattutto iniziativa imprenditoriale, professionale e autonoma: bisogna detassare completamente per un triennio le imprese costituite da almeno un anno da parte di giovani con meno di 29 anni”, ha proseguito Roma. “Infine accompagnare il ricambio generazionale in azienda. Si potrebbe introdurre un meccanismo per il quale l’azienda che assume due giovani con alti livelli di professionalità potrà essere aiutata a collocare un lavoratore a tempo indeterminato non più giovane, dopo opportuni corsi di formazione, in altre unità produttive, rimanendo il costo della formazione in capo ai soggetti pubblici”.

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Test Invalsi, per i bimbi disabili “classi differenziali”

Test Invalsi, per i bimbi disabili “classi differenziali”

Nel caos delle prove Invalsi ( test con cui si valuta la preparazione dei nostri studenti) forse la notizia è sfuggita. Eppure la circolare ministeriale una volta tanto è scritta a chiare lettere. Al punto “Alunni con disabilità intellettiva” dice esplicitamente che questi non possono né devono partecipare ai test di valutazione nazionale. (Il loro handicap abbasserebbe la media, soprattutto delle classi campione). Se però i genitori in questi giorni li vogliono proprio portare a scuola, e i prof e i maestri non vogliono che si sentano esclusi, ebbene, quei bambini e ragazzi potranno sì fare il test, purchè in un “locale differente da quello utilizzato dagli altri allievi”, al fine di non disturbare la prova dei “normodotati”.  Non solo. Lo stesso trattamento è riservato ai bimbi ipovedenti, e a quelli con i disturbi dell’apprendimento: per loro, che utilizzano strumenti speciali, la prova è prevista, ma, appunto, in locali diversi da quelli dei loro compagni di classe…

Dunque per le prove Invalsi il ministero dell’Istruzione ipotizza, anzi richiede, il ritorno alle “classi differenziali”. Parole troppo forti? No, leggete lo stralcio della circolare che allego qui sotto. Eppure la legge 577 del 1977 impone espressamente alla scuola di integrare i bambini disabili con i bambini normodotati, in virtù dell’articolo 3 della Costituzione italiana sulla eguaglianza di tutti i cittadini…Ma forse al ministero dell’Istruzione le copie della Costituzione sono ritenute una lettura inutile.

http://www.invalsi.it/snv1011/documenti/Nota_sugli_alunni_con_particolari_bisogni_educativi.pdf

2.1. Allievi con disabilità intellettiva (codice 1)

[…] la decisione di far partecipare o meno (e se sì con quali modalità) gli alunni

con certificazione di disabilità intellettiva (o di altra disabilità grave), seguiti da un insegnante di sostegno,

alle prove INVALSI è rimessa al giudizio della singola scuola per il tramite del suo Dirigente. Solo la scuola

può conoscere la specificità di ogni situazione e valutare, quindi, la scelta più opportuna. Ciò premesso, il

Dirigente scolastico può adottare, a sua discrezione, una delle seguenti scelte:

1) non far partecipare a una o a tutte le prove SNV gli alunni con disabilità intellettiva o altra disabilità

grave, impegnandoli nei giorni delle prove in un’altra attività;

2) fare partecipare a una o a tutte le prove SNV gli allievi con disabilità intellettiva o altra disabilità grave

insieme agli altri studenti della classe, purché sia possibile assicurare che ciò non modifichi in alcun modo le

condizioni di somministrazione, in particolare se si tratta di classi campione. In generale, sono ammessi

strumenti dispensativi e misure compensative, con la sola condizione che questi non modifichino le

modalità di effettuazione delle prove per gli altri allievi della classe. Non è pertanto possibile la lettura ad

alta voce della prova, né la presenza in aula dell’insegnante di sostegno.

Se ritenuto opportuno dal Dirigente scolastico, è consentito che gli allievi con disabilità intellettiva o altra disabilità grave svolgano una o a tutte le prove SNV in un locale differente da quello utilizzato per gli altri allievi della classe. Solo in questo caso, è anche possibile la lettura ad alta voce della prova e la presenza dell’insegnate di sostegno.

2.2. Allievi ipovedenti o non vedenti (codici 2 e 3)

[…]Anche per gli allievi ipovedenti e non vedenti sono ammessi strumenti dispensativi e misure compensative,

se previsti, con la sola condizione che questi non modifichino le modalità di effettuazione delle prove per gli

altri allievi della classe. Non è pertanto possibile la lettura ad alta voce della prova, né la presenza in aula

dell’insegnante di sostegno (se previsto).

Se ritenuto opportuno dal Dirigente scolastico, è consentito che gli allievi ipovedenti o non vedenti

svolgano le prove in un locale differente da quello utilizzato per gli altri allievi della classe. Solo in questo

caso, è anche possibile la lettura ad alta voce della prova e la presenza dell’insegnate di sostegno, se

previsto.

2.3. Allievi con disturbi specifici di apprendimento (codice 4)

[…]

Anche per gli allievi con DSA sono ammessi strumenti dispensativi e misure compensative, se previsti, con

la sola condizione che questi non modifichino le modalità di effettuazione delle prove per gli altri allievi

della classe. Non è pertanto possibile la lettura ad alta voce della prova, né la presenza in aula

dell’insegnante di sostegno (se previsto).

Se ritenuto opportuno dal Dirigente scolastico, è consentito che gli allievi con DSA svolgano le prove in un

locale differente da quello utilizzato per gli altri allievi della classe. Solo in questo caso, è anche possibile la lettura ad alta voce della prova e la presenza dell’insegnate di sostegno, se previsto.

2.4. Allievi con altri bisogni educativi speciali (codice 5)

Rientrano in questa categoria tutti gli allievi con bisogni educativi speciali non direttamente riconducibili a

una delle categorie precedenti (codici 1, 2, 3 e 4) o portatori di bisogni educativi speciali afferenti a più di

una di quelle elencate in precedenza.

In base alla specifica natura del bisogno educativo speciale, il Dirigente scolastico deve adottare in base alle

sue valutazioni, una delle misure previste per gli allievi identificati con uno dei codici da 1 a 4.

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Lettera aperta sulla scuola

Lettera aperta sulla scuola

Prendiamo sul serio il nostro futuro

Lettera aperta al Presidente della Repubblica, al Parlamento, al Governo

Promossa dagli Editori Marco Cassini e Daniele di Gennaro (minimum fax), Carmine Donzelli, Federico Enriques (Zanichelli), Carlo Feltrinelli, Sandra e Sandro Ferri (E/O), Sergio Giunti e Bruno Mari (Giunti), Alessandro e Giuseppe Laterza, Stefano Mauri (Gruppo Mauri Spagnol), Paolo Mieli (RCS), Antonio e Olivia Sellerio
La scuola è risorsa essenziale per il libero sviluppo delle persone e per la crescita sociale, economica, culturale e civile di ogni Paese. In Italia lo è sempre stata: ha reso un insieme di sudditi analfabeti degli antichi stati una comunità di cittadini italiani. Lo è ancora più oggi, in un’epoca in cui il “capitale umano”, l’insieme delle conoscenze di cui disponiamo, è il fattore decisivo per il successo degli individui e delle nazioni.

L’articolo 34 della Costituzione Italiana sancisce inequivocabilmente che «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». In passato il diritto dei più deboli nella società italiana è stato garantito soprattutto dall’estensione dell’obbligo di frequenza della scuola pubblica (nella «scuola pubblica» la legge italiana comprende anche le scuole paritarie a gestione privata), e dalla qualità del suo insegnamento, che hanno riscattato dalla miseria milioni di cittadini.

In particolare, la scuola pubblica statale è luogo del pluralismo, affidato a docenti reclutati in base alla propria professionalità e non alle convinzioni politiche, alle fedi religiose o all’appartenenza a qualsiasi gruppo o associazione o categoria. Nel mondo globalizzato è fondamentale conoscere chi è lontano da noi, per saperne cogliere i valori e le potenzialità, e perché altri possano conoscere – a loro volta – i nostri valori e le nostre potenzialità.
La scuola pubblica statale è perciò anche luogo di integrazione tra individui provenienti da diversi ambienti familiari, sociali, culturali. Nella scuola pubblica statale bambini e ragazzi di diversa estrazione sociale imparano ad apprezzare la diversità. Nella scuola pubblica statale il patrimonio culturale della famiglia entra in contatto in modo fertile con quello di altre famiglie.
Questa è la missione della scuola pubblica statale diversa da ogni altra istituzione formativa, che legittimamente si proponga altre finalità a partire da una visuale parziale della cultura, della religione, della società, dell’economia. Se, infatti, è un diritto di ogni famiglia mandare i propri figli a scuola solo insieme a chi condivide la stessa visione del mondo (la libertà di insegnamento è infatti riconosciuta dall’articolo 33 della Costituzione), per il benessere della società nel suo insieme è conveniente e auspicabile che la grande maggioranza dei cittadini abbia una formazione comune ispirata ai valori del pluralismo e della Costituzione.

Per rendere effettivo questo principio lo Stato deve investire più risorse nell’istruzione pubblica statale, consentendo alle istituzioni scolastiche autonome di dotarsi di strumenti adeguati a svolgere la propria missione. Occorrono docenti qualificati e ben retribuiti. Ma occorrono anche edifici ben tenuti, aule attrezzate, laboratori moderni, biblioteche aggiornate.

Purtroppo l’investimento nella scuola pubblica statale è stato inadeguato – ben al di sotto dei livelli medi dei Paesi UE – per gran parte della storia unitaria italiana, al punto che oggi spesso non è in grado di garantire neppure i servizi minimi. Di questa situazione ognuno di noi deve preoccuparsi, perché essa è anche frutto dell’indifferenza.

Dobbiamo tutti fare qualcosa per la scuola di tutti. Non dobbiamo lasciarla sola a chiedere attenzione. Se è vero – come sentiamo continuamente ripetere – che nella scuola si costruisce il futuro dei nostri figli e, quindi, del nostro Paese, nessuno può guardare alla questione «dall’esterno». Chi ricopre cariche istituzionali e politiche deve avvertire la forza dell’opinione pubblica. Chi ha più responsabilità e potere nella società, nell’economia e nella cultura deve essere il primo a impegnarsi.

Facciamo dell’istruzione un tema centrale di discussione tra i cittadini, nelle scuole e in ogni altro luogo di incontro, con la competenza e l’urgenza che la materia necessita.
Firmiamo questa lettera aperta in ogni luogo a partire dalle stesse scuole pubbliche statali.

Prendiamo sul serio il nostro futuro.

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E al quarto circolo le famiglie pagheranno un educatore per garantire la mensa

 Tempo pieno, saltano le classi

 Alla Maestri i genitori devono arrendersi a meno ore di scuola

MARIANNA BRUSCHI

PAVIA. L’effetto Gelmini con i 109 posti di lavoro tagliati nelle scuole elementari della provincia inizia a provocare i primi effetti. Come preannunciato non tutte le richieste di tempo pieno vengono accettate. E’ così per esempio alla Maestri, nel secondo circolo. Una delle nuove prime avrà le 40 ore, l’altra solo 32. Per altre scuole l’unica possibilità è chiedere un aiuto alle famiglie.
 E’ una questione matematica. Se a giugno esce una quinta a tempo pieno a settembre la nuova prima potrà avere lo stesso orario, altrimenti no. E’ questo il caso della Maestri. «C’è stato un taglio all’organico, bisogna prendere atto di questa situazione – spiega Gabriele Villa, dirigente del secondo circolo, di cui la Maestri fa parte – cerchiamo di usare tutte le ore che abbiamo a disposizione, ma il problema è che non ci sono risorse». Quando i genitori hanno compilato il modulo di iscrizione quasi tutti hanno indicato come prima scelta il tempo pieno. Ma è stato necessario convocare le famiglie dei nuovi iscritti per chiedere la disponibilità a rinunciare a due o tre rientri. Alla fine i 15 bambini della prima B avranno 27 ore più la mensa. «Nel 2012/2013 sarà anche peggio – dice Ilaria Cristiani, rappresentante dei genitori del secondo circolo – le quinte uscenti saranno a tempo normale e quindi le nuove prime avranno solo 27 ore. Così le scuole a Pavia Ovest avranno tutte prime a tempo ridotto».
 Al primo circolo (Carducci e De Amicis) tutte le richieste per il tempo pieno sono state accolte. In altre scuole si sta cercando una soluzione con i genitori. E’ così al quarto circolo (Pascoli, Ada Negri, Cabral e Mirabello). «In molte classi, per scelta dei genitori, la scuola funziona su 30 ore e siamo sempre riusciti a garantire il tempo mensa, per evitare ai bambini di tornare a casa a pranzo», spiega la dirigente Ambrogina Camerone. Con le 30 ore ci sono tre o due rientri. «Con il collegio docenti e con i genitori stiamo cercando un modo per mantenere il tempo mensa anche per chi ha scelto le 30 ore – spiega ancora la dirigente – e stiamo cercando un accordo con le famiglie per vedere se si può pagare un educatore, alcuni genitori hanno già dato la loro disponibilità». Se un educatore potrà assistere i bambini nelle due ore della mensa, gli insegnanti saranno a quel punto a disposizione per coprire ore di lezione. Anche perché nelle nuove prime tutti hanno chiesto le 40 ore. Alla Ada Negri i 40 iscritti vogliono tutti il tempo pieno, alla Pascoli su 56 sono solo 8 le richieste per meno ore, a Mirabello tempo pieno per tutti i 25 iscritti e così anche per i 20 della Cabral. «Speriamo di riuscire ad accontentare tutti – dice la dirigente – il problema è che saranno comunque 40 ore senza compresenze, significa non poter più attivare quei laboratori importanti per aiutare chi è più in difficoltà, ma anche per dare spazio ai bambini più bravi».

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Quando penso all’Italia……..

Quando penso all’Italia……..
Di Romina Niccolai.

Quando penso all’Italia, il mio paese, mi viene in mente una donna maltrattata che non riesce a reagire.
Una donna come tante se ne trovano in Italia, il mio paese, che sembra non riuscire a mettere la parola
fine ai soprusi che riesce ad accettare. Perché accettare sembra quasi una missione, un dovere,
parte del proprio essere, esistere, un resistere…punto e basta.
Una di quelle donne che se poi le chiedi perché non si ribella ti risponde: “e poi che cosa faccio? Come
me la cavo? In fondo non è poi così male”.
Questo mio paese, l’Italia, è come se fosse immobilizzato dalla paura di scoprire che si merita altro,
che può desiderare altro. E’ un paese che ha disimparato a sognare, a desiderare, che non crede di
meritarsi la bellezza, che non vede più la bellezza e la scambia per la sua caricatura.
Tutto è diventato caricatura, è l’esasperazione del niente che divora il tutto.
Ho conosciuto persone a me care, donne, che si sono lasciate abbrutire, prosciugare nel profondo,
donne piene di qualità improvvisamente perdersi e a fatica ricominciare a trovarsi. E qualcuna alla
fine non ritrovarsi più.
Ma c’è una speranza, se l’Italia è davvero donna.
E’ possibile che questa lenta e dolorosa agonia preannunci una “rivoluzione”. Una rinascita dopo
avere attraversato il dolore, perché questo, le donne, sanno farlo.
Sanno ricominciare.

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